storia > Le Origini del Pastore Napoletano
Il Presepio napoletano è ricco di personaggi, tanta ricchezza è del tutto estranea all'origine del culto della Natività, i testi evangelici infatti si limitano a raccontare della nascita di Gesù, dell'Annuncio ai pastori, dell'Adorazione dei Magi. Nuovi elementi destinati a diventare tradizionali vennero aggiunti dai vangeli apocrifi.
Alla Sacra Famiglia si aggiunsero nel corso del tempo altre figure, gli artisti moltiplicarono i personaggi, attingendo con frequenza alle figure del popolo. I "figurinari" si ispirarono ai costumi delle terre del contado, realizzarono gruppi fissi - quello della Buona Ventura con l'anziana zingara e la ragazza spaurita - quello ancora più laico della Taverna, e tanti altri ancora. Si fece evidente una specie di classismo aristocratico anche sul presepio: era netto lo stacco tra la Sacra famiglia, i Re Magi, gli Angeli e le altre figure dominanti - il potere sotto varie forme - rispetto a quelle che rappresentavano il "popolino" sofferente e degradato.
Lo sfarzo era caratteristico dei costumi dei rappresentanti delle caste dominanti, compresi quelli che venivano da Oriente: i cortei interminabili dei Magi, le bande, gli animali esotici bardati di stoffe rare con rifiniture preziose. La coesistenza di queste sfarzose figure forestiere, con vignaioli e pastori di Terra di Lavoro e di Abruzzo, campagnole del contado, popolani di vicoli, conferma che Napoli è sempre stata una città aperta, porto cosmopolita e crocevia di culture e dominazioni.
C'era compiacimento nel riprodurre nei pastori i vizi fisici della povera gente, tra i personaggi femminili più numerosi apparvero le "contadine col gozzo" e le "vedove dalla testa rapata". Ci fu un accanimento sul "cafone" venuto dalla provincia e sul popolano che stentava: pezzenti, strabici, gozzuti, sciamannati, deficienti, nani, storpi, personaggi di ogni tipo finirono oggetto costante non di compatimento e di solidarietà, ma di scherno. Ma alla fine, nel suo bizzarro senso della democrazia, il popolo napoletano fece giustizia della differenza e chiamò "pastori" tutte le figure, quelle dei pastori veri e propri e quelle dei potenti. La Natività restò al centro della Scena, ma tutt'attorno dilagarono le componenti profane, a partire dalle abbuffate nella Taverna e dei mercati traboccanti di merci.
I grandi autori del '700 modellavano i pastori in pose di "gestualità naturalistica", si moltiplicarono scene laicissime - prese dalla cronaca e dalla vita di tutti i giorni. A quest'esigenza di carattere teatrale si prestava il nuovo "manichino", di dimensioni ridotte rispetto alle figure che avevano animato i presepi precedenti. Venne scelta la "misura terzina" (35-40 cm) adatta a sfruttare tutte le possibilità di movimento della "figurina", sottolineando con gli atteggiamenti più naturali la marcata espressività dei volti e le caratteristiche dell'abbigliamento.
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